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Allenamento portieri – Analitico o Situazionale? Entrambi, ma quando e perché?

– Fabio Prinzis –

Il dibattito su quale sia la metodologia più valida per strutturare una seduta di allenamento o su che linea seguire per migliorare le performance dei propri calciatori vede negli ultimissimi anni contrapporsi due tipologie di lavoro differenti: l’analitico e il situazionale. Assistiamo a due correnti di pensiero predominanti, in particolar modo nei settori giovanili. C’è chi afferma sia necessario allenare i fondamentali tecnici in modo da poter costruire una base solida al portiere (prima per via analitica), chi al contrario dice sia più importante creare situazioni che portino il giocatore a ragionare, valutare e scegliere (principalmente vivendo situazioni di gioco). Il mondo dei portieri, sempre molto attento alle innovazioni metodologiche, ne è rimasto immediatamente coinvolto.

L’approccio situazionale all’allenamento è “esploso” negli ultimi anni, in particolare grazie all’approdo nello sport delle neuroscienze. Le scoperte del neuro-scienziato Rizzolati hanno accelerato questo processo di innovazione. Si è cosi introdotta nel calcio la teoria secondo cui il miglioramento avvenga perlopiù quando l’atleta è coinvolto in situazioni reali di gioco che attivino alcune aree del cervello specifiche: i neuroni specchio. Da qui la necessità di allenare il portiere creando situazioni reali  e contestualizzando l’allenamento con il fine di aumentarne il transfert con la gara.

Già negli anni 90, però, Carl McGown (autorità mondialmente riconosciuta nella pallavolo), aveva effettuato alcune ricerche su ciò che compone l’insegnamento proponendo alcune teorie sul transfert. La sua idea sull’allenamento analitico era la seguente: “Se i programmi motori sono specifici, ne derivano alcune conseguenze, come ad esempio che non c’è così tanto transfer da un compito all’altro. (…) Il risultato del transfer è determinante per gli allenatori, che si aspettano che ogni esercizio e ogni allenamento scelto possa essere trasferito in una situazione di gioco.” E ancora: “Le ricerche in questo campo sono molto chiare: non c’è così tanto transfer motorio come ci si immagina. (…) allora quando stiamo aiutando i giocatori a sviluppare un programma motorio, l’allenamento di una tecnica nella globalità è meglio di quello che lavora su una parte.”

Il lavoro analitico, come vediamo, è associato ad un transfert minore con la gara rispetto al lavoro situazionale e globale.  Siamo però sicuri che vada abbandonato del tutto? Curiosando tra le varie biografie di numerosi atleti notiamo che comunque molti di essi hanno sfruttato l’allenamento individuale uscendo dal contesto di gioco  per migliorare le proprie performance, cito a tal proposito Mike Clegg (ex preparatore atletico Manchester United). Clegg all’interno della biografia su Cristiano Ronaldo realizzata da Guillem Balague racconta: “A quel punto gli altri erano già tornati a casa. Cristiano no, però. Dietro al Carrington c’era una collina, e lui andava li ad esercitarsi. Gli piaceva farlo da solo, per non avere addosso gli occhi di nessuno mentre si impratichiva con qualche nuovo numero. Il pubblico è un elemento di disturbo per l’apprendimento. A distanza di qualche giorno, cominciava a inserire le nuove tecniche nella sessione di allenamento, affinandole e sperimentandole sui compagni, tutti validi avversari. Quando le padroneggiava a dovere, le faceva in partita.”

La pratica individuale e decontestualizzata se ripetuta nel tempo può essere un lavoro prezioso. Estraendo l’atleta dal contesto quest’ultimo può sperimentare nuove soluzioni in modo da poterle inserire, una volta automatizzate ed apprese, all’interno della situazione e infine nel gioco vero e proprio. Questo lavoro però richiede tempo. Quando il corpo va sotto pressione (in situazioni di gioco ad esempio) si rifugia sui movimenti che ha stabilizzato (F. Bosch). L’organismo trova quindi il modo più semplice per risolvere la situazione pescando nella memoria a lungo termine (hard drive) quei gesti già appresi e automatizzati. Togliere il portiere  dalla pressione temporale della situazione (poco tempo per rispondere), può essere utile per dare la possibilità al organismo di sperimentare nuove soluzioni, ad esempio l’utilizzo del piede debole o sperimentare un nuovo modo di affrontare l’1vs1.

Ciò che è necessario sapere è che quando per via analitica viene allenato  un nuovo gesto tecnico o si prova a correggerne uno già appreso è assai improbabile che il portiere lo utilizzi immediatamente in gara. Passerà del tempo prima che cambi una gestualità già appresa e consolidata. Quanto tempo?  Difficile dare delle risposte certe visto le tante teorie a riguardo.

Il tecnico a questo punto ha un compito piuttosto stimolante. Deve scegliere! Valutare cosa sia utile allenare per via analitica e quali siano i gesti che il portiere (secondo lui) deve inserire nel suo repertorio. Sapendo che il tempo a disposizione è sempre limitato e che non tutto ciò che viene insegnato per via analitica si riesce a trasferire completamente in gara è necessario effettuare delle scelte. Scegliere in maniera precisa su quali aspetti focalizzarsi quando si vuole far apprendere un nuovo gesto tecnico in maniera analitica per evitare il rischio di passare del tempo ad allenare gestualità che poi non si rivelano funzionali alla prestazione.

Fabio Prinzis

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