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“Miglioro perché il mio allenatore crede che io possa migliorare”

– Fabio Prinzis –

Siamo nella Oak School nei  pressi di San Francisco, è il 1968. Come in tante altre scuole americane gli studenti sono divisi in classi veloci, classi medie e classi lente in base ai risultati derivanti dai test d’intelligenza. Quest’anno però è diverso, i risultati dei test vengono mescolati e dati agli insegnati in ordine casuale. Il 20% degli studenti (presi a caso) viene presentato agli insegnanti come un gruppo di geni. Dopo un anno questi insegnanti vengono intervistati e non fanno altro che confermare: “Si! Avevate ragione questi sono i migliori!” I test vengono nuovamente somministrati ed effettivamente quel 20% degli studenti è migliorato maggiormente rispetto agli altri. Cosa è successo? E’ bastato dire agli insegnanti che i ragazzi erano più intelligenti che gli insegnanti stessi sono riusciti a fargli diventare realmente più intelligenti? Si è bastato!

Non si tratta di una magia e men che meno di un miracolo ma del cosiddetto “Pygmalion effect” (effetto Pigmalione) e l’autore di questo esperimento è uno psicologo tedesco di nome Rober Rosenthal. In sostanza l’effetto Pigmalione è una profezia che si auto avvera. ed è molto interessante per chiunque si trova a lavorare con altre persone, ma soprattutto per chi ricopre una posizione di leadership.

Se spostiamo questo concetto sul campo, in sostanza è come dire: “Miglioro perché il mio allenatore crede che io possa migliorare”. Al contrario, se pensa che io sono scarso è probabile che abbia molti meno miglioramenti (Golam effect). Cappiamo allora che come l’allenatore etichetta i propri giocatori e che aspettative ha verso di essi fa un’enorme differenza in termini di apprendimento e miglioramento delle prestazioni.

Perche funziona? Perché l’allenatore, anche inconsciamente e senza volerlo, cambia il proprio atteggiamento nei confronti del ragazzo. Per cui se crede di avere a che fare con un fenomeno, creerà un ambiente di disponibilità intorno a lui completamente diverso rispetto a quando avrà a che fare con un ragazzo di cui nutre poca fiducia (Climate factor). Inoltre, se l’allenatore ha a che fare con un ragazzo in cui crede fermamente, sarà portato a fornirgli molte più informazioni, cosa che non farebbe se non credesse nel suo potenziale, perché le considererebbe sprecate (Impuct factor). Ancora, quando all’interno del gruppo di lavoro c’è un ragazzo su cui si nutrono maggiori aspettative positive, quest’ultimo verrà chiamato in causa più spesso e verrà ascoltato di più rispetto agli altri (Response opportunity). Anche se alla proposta dell’allenatore il ragazzo dovesse rispondere in maniera poco precisa, l’allenatore perderà più tempo a correggerlo, spiegargli nuovamente il lavoro o semplicemente confrontarsi con lui (feedback).

Non si tratta di una formula matematica in grado di trasformare un ragazzo comune in un fenomeno, ma di un effetto in grado di aumentare le probabilità che egli riesca ad esprimersi al meglio.

Per concludere cito un aneddoto presente nella biografia di Stefano Sorrentino, “Gli occhi della tigre” (pp 30): “A fine stagione la Juventus mi convocò a Milano, nella sede del calciomercato. Mi comunicarono che non vedevano per me un futuro importante e mi proposero un trasferimento in provincia di Cuneo in una squadra dilettanti, la Saviglianese in eccellenza: quello è il tuo livello. Fu Luciano Moggi a dirmelo, in un pomeriggio difficile da dimenticare. Ci rimasi male, molto male. Giocavo nella primavera e studiavo, con sempre più fatica. Quando sei giovane e ti dicono cosi, magari ti convinci che sia vero. Pensai di smettere con il calcio e  di continuare con gli studi. (…) Al Torino  era tutta un’altra musica. (…) Al centro del lavoro  c’è sempre il ragazzo, l’uomo. Ti fanno sentire importante dal primo momento, (…) E trovavi maestri come il mio allenatore Claudio Sala, che ti spiegavano tante cose, ti mettevano in condizione di capire, di crescere.” Sappiamo tutti come è andata alla fine.

– Fabio Prinzis –

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